1. Legami strani
Cos'hanno in comune il Burj Khalifa ed il Burj al-Arab, le costellazioni, la pietra ed il ferro? Si potrebbe dire che i primi due con la pietra e il ferro qualcosa c'entrano: sono le costellazioni che non hanno nulla a che vedere. Apparentemente.
In realtà i legami ci sono, ma alcuni non sono immediati a prima vista. Il Burj Khalifa, il grattacielo più alto del Mondo (830 m), e la sua sorellina più piccola, il Burj al-Arab (320 m), sono legate a doppio filo con le stelle. E la pietra ed il ferro? Non è questione di materiali da costruzione, la faccenda non è così veniale, così banale, ma ben più profonda e antica. Per trovarlo bisogna scavare... nel tempo. E nelle parole stesse.
2. Da Dubai alle steppe (passando per l'Iran)
Il Burǧ Ḫalīfa (بُـرْ ج خَـلِـيـفَـة) ed il Burǧ al-ʕArab (بُـرْ ج ﺍﻟـﻌَـﺮَ ﺏ) si trovano a Dubai ed altro non sono che un grattacielo ed una torre. Cos'hanno in comune? Il termine burǧ (ﺏﺮﺝ) ovviamente. Questo termine è di origine persiana e ripesca direttamente al greco pýrgos (πύργος), che significa torre. Il termine arabo burǧ è quindi derivato dal greco attraverso il persiano. Il problema è che il termine greco pesca, a sua volta, da una radice proto-indoeuropea. Il proto-indoeuropeo è la lingua madre di molte lingue europee, indiane e iraniane, nonchè madre di molte lingue morte come il tocarico, l'ittita, e così via. Parlato circa nel 3500 BCE nelle steppe a nord del Mar Nero, il proto-indoeuropeo si è diffuso in Europa ed Asia, attraverso ondate ripetute di migrazioni. Questa gente ha portato con sé la propria e lingua e tra i vari termini anche la radice
*bʰerǵʰ-
che significa alto, luogo alto, luogo fortificato. Da esso derivano il latino burgus, l'italiano borgo, il tedesco Burg e tutti i termini derivati di questi, riscontrati in inglese e in tedesco e nelle lingue germaniche in generale (Edinburgo, Hamburg, Teutoburgo, Borgomastro per citarne alcuni). Tutti significano la stessa cosa: castello, fortezza, luogo fortificato, città.
3. Dalle alte torri alle stelle
Torniamo all'arabo. Molte volte un termine arabo ha tanti significati. E burǧ non è da meno. Cominciamo dall'inizio. Tutti i termini arabi partono dal concetto di radice. In arabo (come in ebraico ed in altre lingue semitiche) le radici contano (normalmente) di tre lettere e portano una serie di significati. Il significato immediato è trasmesso dal verbo che si costruisce attorno a quelle tre lettere.
La radice di burǧ è costituita dalle tre lettere b-r-ǧ (ب ر ج). Da queste tre lettere si costruisce il verbo base (di prima forma) bariǧa (بَـِرجَ) che significa è divenuto apparente, è divenuto manifesto, è diventato alto, se riferito ad una struttura (una struttura alta è... appariscente). Come quasi ogni verbo arabo, anche da bariǧa derivano una serie di forme verbali ulteriori, diverse per significato. Ne esistono 10 in tutto, ma non tutti i verbi hanno tutte e 10 le forme. Dal verbo bariǧa derivano:
1) un verbo di quarta forma, ʔabraǧa (أَبْرَجَ ), lui ha costruito una torre;
2) un verbo di quinta forma, tabarraǧa (تَبَرَّجَ), lui ha mostrato ornamenti.
Dopo i verbi, le radici trilittere generano sostantivi, aggettivi, preposizioni, avverbi. Il primo figlio della radice b-r-ǧ è proprio burǧ.
Edward William Lane (1801-1876), un celebre orientalista britannico specializzato in lingua e cultura araba, è particolarmente famoso per aver compilato l'"Arabic-English Lexicon", un monumentale dizionario di arabo classico che comprende otto volumi. Pubblicato postumo nel 1863 e completato da suo nipote, Stanley Lane-Poole, il lessico di Lane è ancora oggi una delle risorse principali per lo studio dell'arabo classico, specialmente per studiosi e traduttori di testi antichi e religiosi, come il Corano e la letteratura araba medievale. Il Lane ci dice un bel po' sui significati di burǧ.
Burǧ significa torre come primo significato, significato che Lane attribuisce a Jacob Golius (1596-1667), noto orientalista e filologo olandese e specializzato in lingue semitiche e in particolare l'arabo. Specifica che la torre è quella di una fortezza, costruita all'angolo; oppure la torre di una città: burǧ è una struttura alta e quindi appariscente, i due significati della radice b-r-ǧ. Quindi introduce il plurale di burǧ: burūǧ. E qui salta fuori la sorpresa! Citando due fonti tra le quali il naturalista persiano Zakariyā al-Qazwīnī (1203-1283), il Lane dà un significato di burūǧ (بُـرُوج) sorprendente: costellazioni dello zodiaco! che gli arabi non conoscevano. Con questo significato il termine ricorre persino nel Corano per tre volte. In particolare:
1) surah 15 (16): In effetti, abbiamo posto costellazioni (burūǧ) nel cielo e lo abbiamo ornato perché tutti lo vedano [...];
2) surah 25 (61): Benedetto è Colui che ha posto costellazioni (burūǧ) nel cielo, così come una lampada e una luna luminosa [...];
3) surah 85 (1): Per il cielo pieno di costellazioni (burūǧ), ed il giorno promesso ed il testimone e ciò che è testimoniato [...].
Ora Lane illustra come gli arabi, con burūǧ intendano non tanto le costellazioni zodiacali, che sono di origine greca, quanto piuttosto quelle arabe; si tratta di un gruppo di 27 piccoli gruppi stellari lungo lo zodiaco e soprannominate Mansioni della Luna. Questi gruppi di stelle zodiacali erano attraversati dalla Luna nel giro di 27-28 giorni più 2 giorni di luna nuova per un totale di quasi 30 giorni. Lane quindi specifica come burūǧ indichi in generale le stelle, asterismi o costellazioni o ancora le grandi stelle. Aggiunge un ulteriore significato: quello di porte celesti.
La radice b-r-ǧ produce altri termini con altri significati, che rientrano nel concetto dell'essere appariscente e che, ai fini della presente discussione, risultano trascurabili.
Com'è possibile che dal signficato di torre si passsi al significato di costellazione? Si tratta di un volo pindarico non da poco.
La questione si può risolvere considerando il senso essere appariscente della radice b-r-ǧ. Poichè le stelle dello zodiaco sono attraversate dalla Luna, dal Sole e dai pianeti, sono appariscenti per natura, segnando con ciò il trascorrere del tempo. Non solo, tali stelle erano fondamentali nel mondo arabo dove anche la loro levata eliaca segnava il passare del tempo. Appariscenti perchè tra di esse sostava la Luna, ma anche appariscenti con il loro semplice levare eliaco. E l'associazione tra le stelle e la radice b-r-ǧ è servita. Che poi a quella radice sia stato associato anche il concetto di torre, è un caso.
L'associazione in questo caso sorge per assonanza, un po' come il termine per tonno in arabo si associa alla radice araba t-n-n che tra gli altri significati ha anche quello di drago.
Fine della storia? Affatto. Abbiamo trovato il primo legame: il nome dei due edifici di Dubai ed il loro legame con le costellazioni. E non si ferma qui.
Quando gli arabi conquistarono la Persia, importarono una buona parte della loro cultura. Per cui non ci si stupisca di ritrovare, tra i persiani, ancora una volta burūǧ legato alle costellazioni zodiacali. Francis Joseph Steingrass, nel suo "A Comprehensive persian-english dictionary", alla voce burj, specifica i significati che sono: torre, un colombaio, una stella, una costellazione, il luogo di sosta di un pianeta, un segno dello zodiaco. Quindi fa alcuni esempi di nomi di costellazioni zodiacali. Cita quindi il termine burji āsmān, le costellazioni del cielo. Ok. Il legame tra le torri e la pietra? Una cosa per volta.
4. Antiche memorie dietro una parola
Ora il termine persiano per cielo è āsmān (آسمان), che oltre a cielo significa anche altre cose (un angelo preposto al 27mo giorno del mese, un angelo della morte...). Ma è un cielo ben strano quello dei persiani. La sua stranezza non si nota subito a colpo d'occhio. Bisogna di nuovo pescare all'ancetrale proto-indoeuropeo per trovarla. Il termine persiano āsmān deriva infatti dal persiano antico asmānam. Questo termine è figlio del proto-indoiranico, la lingua indoeuropea madre di persiano e sanscrito (ed altre indoarie). In questa lingua ancestrale troviamom la radice proto-indoiranica *Háćmā, che significa, e la sorpresa è tutta qui, roccia! Ed aggiunge tra i significati anche fulgurite (la sabbia vetrificata da un fulmine). Questo termine deriva a sua volta da una radice del sopra citato proto-indoeuropeo:
h₂éḱmō,
pietra e inoltre cielo, volta celeste. Da quest'ultimo termine sono derivati il polacco kamor (grande pietra), il lituano akmuõ (pietra), il termine norreno (e derivati nordici) himinn (cielo), il greco antico (e moderno) ákmōn (ἄκμων)(incudine). In sanscrito abbiamo áśman (अश्मन्)(pietra, gemma, strumento di pietra, folgore, firmamento), figlio diretto del proto-indoiranico già visto sopra, oltre al già citato persiano āsmān. Abbiamo trovato il legame con la roccia. Manca l'ultimo. Ma anche per quello c'è tempo.
Tutto questo cosa ci dice? Le parole sono concezioni, visioni del mondo cristallizzate in un termine che viaggia di bocca in bocca, per secoli, a volte rimanendo inalterato nel suono e nel concetto espresso. E cosa dicono le parole parenti del persiano āsmān? Ci raccontano dell'idea che i nostri progenitori indoeuropei, gli antichi abitanti delle steppe, avevano del Cielo: era evidentemente una volta celeste fatta di pietra. Quel significato primordiale si è tramandato, attraverso le parole, quando gli indoeuropei si sono diffusi in Europa ed Asia; strascichi di quelle concezioni primeve si ritrovano ancora oggi in termini come il persiano āsmān ed i suoi fratelli europei ed asiatici.
5. Dalle steppe alla Terra tra i Due Fiumi
In Mesopotamia non avevano un'idea molto diversa, considerando che i meteoriti ferrosi in sumerico erano chiamati
AN.BAR
𒀭𒁇
ovverosia quello che viene dal cielo, termine ripreso in akkadico con parzillum per indicare il ferro. Il fatto che la sorgente del ferro fossero le meteoriti, lascia intuire perchè il ferro fosse considerato più prezioso dell'oro. Parliamo del resto di termini nati durante l'età del bronzo, quando estrarre il ferro dai minerali non era ancora una pratica nota a tutti i fabbri. Dall'akkadico parzillum derivano tutta una serie di termini semitici tra i quali il fenicio brzl (𐤁𐤓𐤆𐤋). il siriaco parzəlā (ܦܪܙܠܐ), l'ebraico barzel (בַּרְזֶל).
Secondo Michiel De Vaan, come espresso nel suo dizionario etimologico del Latino, proprio dal fenicio brzl sarebbe derivato (mediato dal cartaginese e dall'etrusco?) un latino *ferzom (forse passato per un *perzom) che sarebbe evoluto nel più ben noto e familiare ferrum: il ferro.
6. Il fermo cristallo che splende
Per finire Louis Ginzberg (1873-1953) nel suo testo "Leggende degli Ebrei", ci dice che di cieli gli ebrei ne avevano ben sette, ma sopra a questi v'era il firmamento il cui nome è già tutto un programma, significando ciò che è immobile, ciò che da supporto, segno di qualcosa di stabile. Il termine ebraico per firmamento è rāqîaʿ (רָקִיעַ) e Ginzberg non lo descrive come fatto di roccia, ma di cristallo dal quale diffonde la luce che illumina i sette cieli.
L'immagine di una primeva volta celeste rigida che ritorna, un'immagine arcana che riecheggia nelle parole di mezza Europa, Iran e India. E nelle due torri di Dubai. Ed in Mesopotamia e nei miti ebraici 𒀭